mercoledì 21 dicembre 2016

21 Dicembre 2016... ventunesimo giorno di Avvento!



Buona sera Book Readers!

Siamo ufficialmente entrati nell'inverno. Non so da voi, ma qui da me la giornata è stata soleggiata. L'unico problema è stato il forte vento freddo!!
Siamo alle battute finali.. mancano sempre meno giorni al Natale e alla fine del Calendario "libroso" ma non per questo i libri saranno meno interessanti. Anzi ;)

Avett e Quaid, mi hanno fatto apprezzare ogni mio piccolo gesto. Se oggi sono quella che sono, lo devo a tutte le esperienze che ho collezionato fino ad ora. E sinceramente, non cambierei poi molto. Magari mi piacerebbe essere meno emotiva.. o forse no. Il loro è stato un salvarsi a vicenda. Avett era sul fondo del baratro, ad aspettare che qualcuno si affacciasse per dire "io ci sono", e Quaid era troppo attaccato ai beni materiali, per notare tutte le piccolezze della vita quotidiana. Insieme iniziano un percorso che li porterà ad una rinascita. O forse, più semplicemente, all'accettare il proprio passato. 




1

Avett

Non preoccuparti, Sprite, le scelte sbagliate producono sempre storie interessanti...

Mi sembrava di risentire quelle parole, e la voce brusca di mio padre, alleggerita da una vena di umorismo. Durante gli anni della mia crescita me le diceva ogni volta che mi beccavano a fare qualcosa che non dovevo. In quel periodo, e anche ora, ne facevo molte di cose sbagliate, quindi quelle parole erano una specie di ritornello costante. Purtroppo adesso le conseguenze delle mie scelte sbagliate si sarebbero rivelate molto più gravi di un ginocchio sbucciato, o di un polso rotto per la caduta dall'albero del giardino sul quale papà mi aveva più volte avvertito di non salire perché non era abbastanza robusto. Sfortunatamente le sue rassicurazioni questa volta non sarebbero servite ad aiutarmi, non sarebbero bastate le frasi gentili e decise, come quando mi chiamava la sua piccola Sprite e mi dava un bacino sulla bua.
Questa era una bua grossa.
Una bua che mi avrebbe cambiato la vita.
Una bua che non assomigliava per niente a una storia interessante da raccontare.
Questa poteva essere la mia fine, la fine della corda alla quale i miei genitori si erano aggrappati disperatamente per anni, la fine di qualsiasi futuro potessi avere. Un futuro che stavo ormai per rovinare del tutto, grazie a una vita di decisioni sbagliate e scelte ancora peggiori. Avevo meno di ventidue anni e le scelte sbagliate erano diventate un po' il mio marchio di fabbrica, per me erano più familiari della mia stessa faccia. Ormai ero diventata quasi leggendaria per riporre la fiducia sempre nelle persone peggiori. Se c'era una strada sbagliata da prendere, io la imboccavo con entusiasmo, senza guardarmi indietro, finché non mi trovavo esattamente nella posizione attuale. Non era neanche un nuovo punto morto, era lo stesso risultato che raggiungevo ogni volta. Per quanto ci provassi, non riuscivo a districarmi, e più tempo rimanevo a quel punto morto più diventava oscuro e pericoloso.
Non ero così stupida, davvero, anche se tutte le prove indicavano il contrario.
Non ero idiota, ingenua o immatura. Potevo sembrare così dall'esterno, ma avevo le mie ragioni per essere diventata una completa fallita e una perdente cronica. Quelle ragioni non c'entravano tanto con la mia intelligenza, quanto col fatto che sapevo benissimo quello che mi meritavo.
Ormai era da parecchio che precipitavo senza controllo in una spirale disastrosa, vorticando e cadendo sempre più in basso in un baratro di azioni e conseguenze ogni volta più brutte, ciascuna più terribile e dolorosa della precedente. Non avevo fatto nessuno sforzo per provare a tirarmene fuori, quindi sapevo bene dove sarei finita, e cioè proprio là, sul fondo roccioso del baratro. Non credevo che l'impatto sarebbe stato così spiacevole.
Era da tanto che avevo bisogno di essere salvata, e adesso quel bisogno era diventato disperato, perché rischiavo sul serio una condanna al carcere, e mentre me ne stavo seduta ammanettata, rabbrividendo e soffocando dalla paura, avevo di fronte un vero avvocato, vestito in un completo impeccabile. Mai, neanche in un milione di anni, avrei immaginato che la mia salvezza avrebbe preso la forma di un uomo come quello. Incarnava più l'idea di tentazione e rovina che non quella di salvezza e redenzione.
Non ero colpevole del crimine di cui mi accusavano, ma non ne ero neanche del tutto estranea. Purtroppo quella era la storia della mia vita. Ero sempre stata la ragazza sfrenata, quella che portava solo guai, e l'uomo seduto di fronte a me non sembrava avere la pazienza o la tolleranza per sopportare il caos nel quale io ero sempre sul punto di sprofondare.
Intrecciai le dita e mi sforzai di non fare smorfie, o peggio di non scoppiare a piangere, mentre le manette mi si chiudevano sui polsi e sbattevano sul tavolo di metallo che mi separava da quell'uomo, arrivato per salvare la situazione... e me. Mi disse il suo nome, ma non riuscii a ricordarlo. Ero un fascio di nervi e confusione, e lui non mi stava aiutando a calmarmi. Non dormivo da troppo tempo, ed ero terrorizzata da quello che mi aspettava alla fine del colloquio. Il mio futuro era sempre stato incerto, anche nei giorni migliori era fondato su un terreno instabile. Adesso sognavo quel terreno instabile, ed ero fuori di me dal terrore che la mia ultima, pessima decisione alla fine mi avesse messo in una posizione da cui non potevo più tirarmi fuori mentendo, imbrogliando, rubando e manipolando qualcuno.
Quell'avvocato serio e incredibilmente bello, seduto di fronte a me, non assomigliava per niente a un principe su un cavallo bianco. C'era qualcosa di troppo astuto, troppo calcolatore nello sguardo con cui mi stava silenziosamente giudicando. No, questo non era il cavaliere senza macchia che correva a salvare la damigella in difficoltà per dimostrare il suo eroismo, era il tizio che i cattivi ricoprivano d'oro per evitare la galera. Con tutto quello che avevo fatto, non mi ero mai considerata cattiva. Sapevo di non essere una brava ragazza, ma non ero una criminale corrotta e senza morale e non avevo mai voluto fare del male a nessuno, se non a me stessa.
Però stavo cominciando a riconsiderare la mia posizione, sotto quello sguardo di un insolito color azzurro acciaio, privo di qualsiasi sfumatura di dolcezza o rassicurazione. Era riuscito a farmi sentire corrotta e rovinata senza neanche aprire bocca. Non avevo mai fatto niente di così grave o così stupido da aver bisogno della difesa di un professionista prima d'ora, e facevo molta fatica a credere che a quel tipo fregasse qualcosa della mia innocenza o colpevolezza.
Avrei solo voluto allontanarmi da lui, e fingere di essere in qualunque altro posto che non fosse questa stanzetta con un tavolo di metallo fissato al pavimento fra noi due. Spostai di nuovo le mani, e non riuscii a trattenere una smorfia e un tremito sentendo lo stridore del metallo. Quel fondo roccioso mi avrebbe lasciato molto più di qualche livido, se mai fossi riuscita a rialzarmi e rassettarmi un po'. Mi sarebbero rimaste cicatrici profonde e dolorose, e odiavo dover riconoscere che me le meritavo tutte quante.
«Non voglio sentire la tua versione.» Andò diritto al punto. Io battei le palpebre al suono brusco della sua voce nella stanza deserta.
«Non voglio sapere se eri al corrente dei piani del tuo ragazzo. Non me ne importa niente. Voglio solo sapere se ti rendi conto di che cosa sei accusata, e di quanto queste accuse siano serie. Se la risposta è sì, mi basta sapere se sei disposta a fare qualsiasi cosa io ti dica per tirarti fuori.»
Capivo quanto erano gravi le accuse?
Mi stava prendendo in giro?
Ero ammanettata, infagottata in una tuta arancione e avevo un paio di scarpe di gomma che scricchiolavano sul pavimento a ogni mio passo. Non dormivo da due giorni perché, dopo tutto quello che era successo la notte del mio arresto, ero stata chiusa in una cella con una donna talmente sballata che vedeva dei mostriciattoli uscire dal pavimento e di conseguenza saltava ogni volta sulle brande attaccate al muro, rischiando di calpestarmi. L'altra donna nella cella era dentro per aver cercato di investire il marito con la macchina di famiglia, dopo averlo trovato a fare sesso con la vicina di casa. Lui in quel momento si trovava in soggiorno, e quindi la tizia non solo era inferocita per il tradimento, ma era andata avanti per ore a blaterare che quel fedifrago del marito doveva chiamare l'assicurazione per quantificare i danni che lei aveva causato. Era completamente fuori di testa, e più cercavo di ignorarla più sembrava decisa a raccontarmi la storia della sua vita.
Quindi sì, caro Principe del Foro, sapevo dannatamente bene quanto erano serie le accuse, e me la facevo sotto al pensiero di quello che mi sarebbe successo se fossi stata giudicata colpevole.
Sollevai le mani e le lasciai ricadere sul tavolo per sottolineare rumorosamente il concetto. Lui non batté neanche le sue ciglia ridicolmente lunghe, ma strinse appena le labbra. Erano belle labbra. In un modo o nell'altro ogni sua parte era bella, e mi chiesi se quando fosse uscito da questa squallida stanza si sarebbe scrollato come un cane per liberarsi dalla sensazione e dall'ombra del crimine, del malcostume e delle pessime decisioni che gli erano rimaste appiccicate addosso. Sembrava una persona che non aveva mai, in tutta la sua vita, fatto un passo nella direzione sbagliata. Emanava sicurezza, confidenza e arroganza, come una colonia costosa studiata e confezionata solo per lui. Avrebbe dovuto rassicurarmi, convincermi che avrebbe sistemato tutto e che presto mi sarei ritrovata al sicuro nel mio letto, invece mi irritava e peggiorava il mio umore. Ero un disastro assoluto, ed era già un male... ma avere un testimone del disastro, e per di più un testimone impeccabile e impassibile come quell'uomo... be', faceva sembrare cento volte peggiori le conseguenze della mia ultima mossa perdente.
Quello non era certo il tipo da fare una scelta sbagliata dietro l'altra. Anzi, si guadagnava da vivere correndo in soccorso dei poveri sfigati che le facevano. E a giudicare dal suo Rolex e dalla penna Montblanc che stava picchiettando sulla cartelletta che aveva davanti, guadagnava piuttosto bene.
«Mi rendo conto della gravità della situazione.» Nella stanza vuota, la mia voce suonava incerta e flebile. Piegai la testa di lato, mentre continuavamo a squadrarci a vicenda. «Ti ha assunto mio padre?»
Avrei voluto trattenere il fiato in attesa della sua risposta, ma non riuscivo a far funzionare i polmoni. Non riuscivo a far funzionare niente.
Ero un disastro. Un fallimento, una perdente. Ero una sfigata, una manipolatrice. Ero una montagna di casini, e la mia famiglia, di solito mio padre, era sempre venuta a raccogliere i pezzi. Lui più di tutti mi perdonava, mi giustificava, mi ripuliva e mi dava una mano. Ogni santa volta. Mi voleva bene anche quando io non volevo essere amata. C'era sempre stato per me, ma non questa volta.
Le scelte sbagliate producono sempre storie interessanti, Sprite.
Le parole di mio padre cominciarono a rincorrersi nella mia testa, sempre più veloci, mentre mi sentivo scivolare in basso, ancora più in basso, fino a rendermi conto che... ero arrivata al fondo roccioso. L'uomo che si era definito il mio avvocato scosse la sua testa di capelli dal taglio perfetto. «No. In realtà mi ha contattato un mio ex cliente e mi ha chiesto di difenderti. Ha pagato la mia parcella e mi ha detto che coprirà qualsiasi spesa dovrò sostenere in relazione al tuo caso. Sono stato assunto prima ancora che la polizia ti arrestasse e ti incriminasse.»
Non c'era più mio padre a darmi un bacino sulla bua. Non stava aspettando dietro le quinte per ripulirmi e dirmi che sarebbe andato tutto bene. Non questa volta. Questa volta avevo superato il limite, e il terrore gelato che mi attanagliò la spina dorsale, una vertebra dopo l'altra, era molto peggiore di quello causato da una notte desolata e scomoda in compagnia di una matta drogata e di una moglie psicotica piccolo borghese: alla fine avevo fatto qualcosa che Brite Walker non poteva perdonare. Sapevo che sarebbe successo. Sapevo che anche un uomo grosso, duro, ex Marine e motociclista come mio padre aveva un punto di rottura. Era tutta la vita che insistevo per arrivare a quel punto. Avevo sempre pensato che quel momento sarebbe stato accompagnato da un'esplosione fragorosa, un'esplosione che avrebbe raso al suolo Denver. Invece il cuore di quell'uomo buono si era spezzato quasi senza un lamento, in un sospiro, e questo mi faceva sentire anche peggio di prima. Non capivo come fosse possibile, eppure stavo cadendo ancora più in basso di quel fondo roccioso. Ero sommersa da un'ondata di tristezza e disperazione.
Ricacciai indietro le lacrime e alzai il mento verso l'avvocato. «Chi è che ti paga?»
Mia madre mi voleva bene. Aveva un cuore immenso e tenero, ma con me aveva raggiunto il suo punto di non ritorno molto prima di papà. I miei genitori avevano divorziato quando ero al liceo, immediatamente dopo un momento molto importante della mia vita. Mio padre si era ripreso, come faceva sempre, e aveva cercato di facilitarmi il più possibile la separazione. Mia madre era passata da un atteggiamento di distacco e confusione a uno di respingimento. Non sapevo se avesse creato quella distanza fra di noi perché io e papà andavamo così d'accordo, oppure perché io e lei ci scontravamo così tanto. In ogni caso, l'interruzione dei nostri rapporti non aveva fatto altro che accelerare la mia rapida caduta, quando mi ero resa conto di che razza di persona fossi: una persona capace di farsi del male, colpevole, egoista.
Chiedendo ai tipi giusti potevo anche essere definita pericolosa, e non sarebbe stato un errore. Era incredibile quanto poteva essere pericoloso non fare niente. Era quasi più disastroso che compiere delle scelte sbagliate... almeno fino a questo momento.
La voce piacevole e sofisticata dell'avvocato mi richiamò dai miei pensieri cupi. «Asa Cross, una delle vittime del tentativo di rapina a mano armata del tuo ragazzo. L'altra vittima era un poliziotto fuori servizio, dunque non c'è da stupirsi che ti abbiano arrestato e incriminato a tempo di record. La polizia protegge i suoi, quindi non avrete nessuna clemenza.»
Quando menzionò Jared feci una smorfia.
Jared, il ragazzo che mi aveva convinto che il suo amore era sincero. Quello che mi aveva giurato che eravamo uguali, fatti l'uno per l'altra. Era devastato e infelice quanto me, quindi eravamo destinati a stare insieme per sempre.
Jared, il ragazzo che mi aveva nascosto non solo di avere un grave problema di dipendenza, ma anche di essere coinvolto a fondo nel traffico di droga della città, finché non mi ero trovata così invischiata in quello che credevo fosse amore da non potermi più tirarmi indietro.
Jared era la punizione perfetta per una ragazza che non era capace di riprendersi, e che non si meritava niente di meglio del tipo di persona che lui era veramente.
Jared era anche il tipo che era scappato con i soldi e la roba del suo fornitore, lasciandomi indietro a pagare il prezzo della sua disonestà e a riferirgli il messaggio che i suoi contatti non erano contenti di lui. Sempre lui era riuscito a convincermi che il solo modo di aiutarlo ad aiutarci era derubare l'unico posto che per me era sempre e comunque stato una casa. Mi aveva convinto che rubacchiare qualcosa non era niente di grave, che comunque quei soldi mi erano dovuti, dato che mio padre aveva dato via il suo bar, la sua fonte di sostentamento, senza neanche chiedersi che cosa poteva significare per me. Quando non era strafatto, Jared era bravo con le parole, e come sempre io mi ero precipitata a fare la cosa sbagliata. Solo che le manciate di banconote che avevamo preso dalla cassa non coprivano neanche una frazione del suo debito.
Dato che non ero stupida o ingenua, quando mi aveva detto che doveva passare dal bar che era stato di mio padre, e dove io avevo lavorato, avrei dovuto capire che stava tramando qualcosa, e che sempre più spesso, quando lui tramava qualcosa, io finivo per farmi male. Aveva afferrato molto in fretta che, per quanto io perseverassi nel deludere e ferire le persone che mi amavano, loro continuavano a volermi bene, e non erano contente di vedermi andare in giro con un occhio nero o una guancia gonfia. Non mi aveva più colpito in faccia da quando Church, il nuovo buttafuori del locale, una sera ci aveva seguito fino alla macchina e aveva spiegato piuttosto chiaramente a Jared che cosa gli sarebbe successo se mi avesse visto di nuovo così conciata. I drogati sono imprevedibili, ma sanno bene come nascondere le loro malefatte, le cose che non vogliono far sapere. Così Jared aveva continuato a farmi soffrire, solo che era diventato più bravo a coprire le prove, e io mi ero allontanata ancora di più da chi mi voleva bene per non dover trovare delle scuse. Non avrei mai potuto spiegare perché rimanevo con lui, o perché ero convinta di dovere stare con un tipo come Jared. Io conoscevo i motivi, ma loro non li avrebbero capiti perché, nonostante tutto, mi volevano bene, anche se io sapevo di non meritarmelo. L'avvocato non voleva la mia versione... Meglio così, perché se fossi stata costretta a raccontarla sarei crollata.
«Perché Asa ti avrebbe assunto per difendermi? Lui mi odia.» E ne aveva tutti i diritti. Nel breve tempo in cui avevo frequentato quel bellissimo dongiovanni sudista, gli avevo dato migliaia di buonissime ragioni per disprezzarmi. Non riuscivo a immaginare perché si sforzasse tanto di aiutarmi. Anche nei suoi giorni migliori, non era certo un tipo affettuoso e caritatevole.
L'avvocato sollevò un sopracciglio dorato e si appoggiò all'indietro sulla sedia. Poi mise la sua costosissima penna sulla cartelletta che aveva davanti e mi scrutò con gli occhi socchiusi. Quel tipo padroneggiava davvero l'arte dell'interrogatorio e dell'intimidazione silenziosa. Sentivo che solo guardandomi poteva capire esattamente come ragionavo e perché mi comportavo così. Non ero abituata a quel livello di sensibilità, soprattutto non da parte di una persona che chiaramente proveniva da un ambiente molto diverso dal mio.
«Visto dove ti trovi, non dovresti semplicemente essergli grata?»
Il suo tono di giudizio mi irritò. «Sono solo confusa.»
«Ottimo. Questo è ciò che voglio che tu ripeta a chiunque ti chieda qualcosa di quella sera. Eri confusa, non capivi che cosa stava succedendo. Il tuo ragazzo ti ha plagiato e ti ha mentito. Non avevi idea di che cosa avesse intenzione di fare quella sera.»
Io mi agitai sulla sedia scomoda, e le mie catene sferragliarono di nuovo. «È tutto vero. Non sapevo che cosa volesse fare quella sera. Se mi avesse detto che voleva rapinare il bar non sarei mai salita in macchina.» Però appena avevo capito dove eravamo diretti sapevo che sarebbe successo qualcosa di brutto, e (ancora) non avevo fatto niente per evitarlo.
Avrei potuto andarmene, scivolando fuori dal sedile del guidatore, sarebbe stato così facile. Avrei potuto avviare la macchina e guidare fino a finire la benzina, arrivare in un posto molto lontano dall'incubo in cui ero incastrata. Avrei potuto scendere dalla macchina, entrare nel bar e implorare Jared di smetterla. Avrei potuto prendere il telefono e chiamare la polizia, dire che quello sconvolto del mio fidanzato era andato fuori di testa, che doveva dei soldi a della brutta gente e stava cercando di rapinare il locale che aveva salvato la vita di mio padre e che per me era sempre stato un rifugio sicuro.
C'erano tante scelte migliori, tante cose giuste che avrei potuto fare, eppure ero rimasta seduta in quella macchina ad aspettare. Sapevo che sarebbe stato un disastro e che qualcuno si sarebbe fatto male, e non avevo mosso un dito. Non fare niente era la scelta peggiore di tutte, e quindi naturalmente era quella in cui ero rimasta bloccata. Ero frastornata da tutte le cose che avrei potuto e dovuto fare, e invece il niente aveva prevalso. Era il niente che mi guidava, che mi possedeva. Era il niente che mi tormentava, che mi inseguiva. Era il niente che per tutta la vita avevo cercato di ripudiare e di superare, e invece vinceva sempre.
Subito dopo, mentre ancora stavo combattendo contro l'immobilità del passato e quella paralizzante del presente, mi ero ritrovata a faccia in giù sull'asfalto del parcheggio davanti all'eredità di mio padre, in arresto per complicità in rapina a mano armata. Secondo il poliziotto inferocito che mi aveva sbattuto sul sedile posteriore della sua volante, mi aspettavano da tre a cinque anni di prigione.
«Ti ho detto che la tua versione non mi interessa. Il tuo ragazzo è all'ospedale con una ferita da arma da fuoco, ma sta già cantando una bella canzoncina che ti descrive come la mente della rapina. Dice che sei una figlia vendicativa, che eri arrabbiata perché il locale di famiglia era stato passato a qualcun altro invece che a te. Sostiene che hai usato la vostra relazione per manipolarlo e convincerlo a rapinare il locale per dare una lezione a tuo padre. Considerando che ha una fedina penale lunga un chilometro e una storia di crimini legati al traffico di droga, non è certo un testimone attendibile, però non lo sei neanche tu.»
Picchiettò l'indice sulla cartelletta e io non potei fare altro che sospirare. In quei documenti c'era l'elenco delle pessime decisioni della mia vita. Tutto ordinatamente nero su bianco, ogni difetto, ogni paura, ogni sbaglio... spiattellato davanti a quell'uomo troppo bello con il suo sguardo gelido e impassibile.
Non mi ero mai sentita così esposta, indifesa e nuda davanti a nessun altro. Non era una sensazione piacevole, e dovetti usare tutto il mio autocontrollo per non agitarmi sulla sedia con aria colpevole.
«Ho avuto qualche inciampo qua e là, ma non ero mai stata in prigione prima d'ora.» Sembravo una bambina che voleva giustificarsi. Non capivo perché non si era ancora alzato per andarsene, senza voltarsi indietro. Probabilmente io nei suoi panni l'avrei fatto... non che avrei mai potuto permettermi quei vestiti costosi. Quel tizio era l'esatto contrario di tutto quello a cui ero abituata. Credo che mio padre non abbia mai avuto un completo, e le uniche occasioni in cui l'avevo visto con una cravatta e un paio di scarpe che non fossero stivali erano i matrimoni e i funerali.
Le sopracciglia dorate si inarcarono di nuovo. Abbassò un angolo della bocca, in quella che per una faccia meno straordinaria sarebbe sembrata una smorfia, ma su di lui diventava più un'espressione di disprezzo studiata con cura. Date le circostanze, avrei voluto prendermi a calci per aver notato tutti questi dettagli, invece di preoccuparmi soltanto delle sue credenziali. La sua bellezza mi distraeva, e questo mi irritava perché dovevo concentrarmi sulla mia rovina imminente e non sui suoi denti perfetti e sul blu disarmante dei suoi occhi. «Hai diverse contravvenzioni per aver bevuto alcolici sotto l'età legale, ubriachezza molesta, guida in stato di ebbrezza, una denuncia per taccheggio, un'altra per violazione della proprietà privata e diverse per aggressione... devo proseguire?»
Scossi leggermente la testa. «No. Capisco che non può essere la mia parola contro quella di Jared, perché siamo entrambi inaffidabili. Nessuno di noi due se ne va in giro con due alucce sulla schiena.»
Questa battuta lo fece sciogliere un po', lo vidi sollevare gli angoli della bocca. Mi si bloccò il respiro e spalancai gli occhi, vedendo come quell'accenno di sorriso lo aveva trasformato da esageratamente bello a qualcosa di talmente attraente da sembrare soprannaturale, tanto che la mia mente non riusciva a concepirlo. Mi chiesi se vincesse tutti i processi perché le giurate erano troppo accecate dalla lussuria per prestare attenzione a qualsiasi cosa dicesse. Quello poteva essere un buon punto a mio favore, quindi sperai che facesse parte della sua strategia per tirarmi fuori dai guai.
«Non ti servono le ali o l'aureola per convincere un giudice o una giuria che sei innocente. Devi solo ascoltarmi ed essere più credibile di lui. è ovvio che sta cercando di scaricare la colpa su di te. Ho visto la registrazione delle telecamere di sorveglianza che la polizia ha prelevato dal locale, è molto chiaro che non è una persona rispettabile.»
Se aveva visto il video, voleva dire che aveva anche visto Jared prendermi dietro la testa e sbattermi la faccia sul cruscotto della macchina, quando gli avevo detto che non volevo avere niente a che fare con il suo piano, qualunque fosse. Inconsciamente alzai le mani incatenate e le sfregai sul bernoccolo che avevo in mezzo agli occhi. Non avevo potuto guardarmi allo specchio, ma gli infermieri avevano detto che si trattava di una ferita superficiale, anche se il mal di testa che mi aveva innescato era decisamente profondo.
«No, non è proprio una persona rispettabile. È un drogato» replicai.
«Sembra brutto dirlo, ma in realtà è un punto a nostro favore.»
Prese la sua bella penna e richiuse la cartelletta. Si alzò con un movimento agile, e io mi ritrovai a rattrappirmi sulla sedia, facendomi piccola. Quando i poliziotti mi avevano fatto entrare, lui era già seduto al tavolo e non mi aspettavo che fosse così alto, o così imponente. «L'udienza per la cauzione è domani mattina, il che sfortunatamente significa che dovrai passare un'altra notte in prigione. Comunque sono abbastanza sicuro di poterti far uscire domani, ma costerà caro, e poi devo dimostrare al giudice che hai un posto dove andare, se accettano di liberarti su cauzione.»
Mi rivolse uno sguardo interrogativo e io alzai le spalle. Mio padre non c'era, e il suo silenzio gridava più forte di qualsiasi parola mi avesse mai detto.
«Vivevo a casa di Jared, ma ovviamente adesso non posso tornarci. E per quanto riguarda la cauzione...» Alzai di nuovo le spalle. «Non ho soldi, e non credo che i miei saranno disposti a pagare il conto. Non sono neanche sicura di volergli chiedere un favore del genere.»
Lui strinse un po' gli occhi, allungando la mano per prendere i documenti sul tavolo e farli scivolare in una valigetta di pelle. Perfino quella sembrava elegante e costosa.
«Se il giudice stabilisce una cauzione che non viene pagata, dovrai rimanere in prigione fino all'udienza preliminare. Potrebbero volerci settimane, anche mesi.»
Io sospirai, e sentii quel fondo roccioso cedere e lasciarmi sprofondare un po' di più. «Non c'è niente da fare. Ho dato un sacco di delusioni ai miei genitori negli ultimi anni, ma farmi prendere con un tizio che voleva rapinare il bar, e che ha minacciato il personale di papà...» Scossi la testa. «Mi merito di marcire qui dentro.»
Avevo calcato un po' la mano, però era così che mi sentivo. Meritavo di stare in prigione, e anche peggio. L'autocommiserazione mi faceva buona compagnia laggiù sul fondo roccioso, e non ero ancora pronta ad abbandonare il suo abbraccio.
Lui mi scoccò un'occhiata indecifrabile e si diresse verso la porta. «Chiamerò i tuoi genitori per vedere se troviamo una soluzione prima di domani. Lavorare al tuo caso sarebbe molto più semplice per entrambi con te fuori di prigione. Ricordati, signorina Walker, devi darmi ascolto. È la regola più importante.»
Fui investita da un'ondata di panico. E se mio padre avesse risposto che ne aveva avuto abbastanza di quella figlia problematica e dei suoi continui casini? E se non fosse più riuscito a volermi bene? Potevo sopravvivere alla prigione, ma perdere mio padre per sempre mi avrebbe dato il colpo di grazia.
Senza pensarci saltai in piedi, facendo sferragliare le catene che avevo alle mani e alle caviglie, e due agenti in uniforme si precipitarono nella stanza. Stavo per prendere forse la decisione peggiore della mia vita, ma non riuscii a fermare le parole che mi stavano uscendo di bocca.
«Non chiamare mio padre!» Incoscienza, il tuo nome è Avett Walker.
L'avvocato si girò e mi guardò come se avessi due teste. Non disse niente, mentre gli agenti mi affiancavano e mi dicevano di calmarmi.
«Non puoi chiamare mio padre.» La mia voce esprimeva esattamente il panico e la disperazione che provavo.
Lui alzò le sue spalle larghe, lasciandole poi ricadere come se non gli importasse proprio niente di essere sul punto di rovinare la mia vita... il che era tutto dire, considerato dove mi trovavo.
«Devo farlo.» Sembrava annoiato e infastidito dal mio scatto di nervi.
Io lo guardai stringendo gli occhi, e quel vortice di negatività che avevo sempre intorno cominciò a girare sempre più veloce.
«Allora sei licenziato.» Vidi che i poliziotti si scambiavano un'occhiata, mentre l'avvocato, sentendo le mie parole impulsive, si girava completamente verso di me. «Non voglio il tuo aiuto. Non voglio niente da te.»
Finalmente nel suo sguardo spuntò qualcosa di diverso dall'indifferenza. In quelle profondità azzurrine c'erano stupore, forse una punta di ammirazione e una secchiata di umorismo.
«Mi dispiace, signorina Walker, ma non sei stata tu ad assumermi e quindi non puoi licenziarmi.» Mentre mi guardava sul suo viso passò di nuovo quel sorriso – avrebbe dovuto registrarlo come arma letale – e poi se ne andò.
Io guardai il poliziotto più vicino a me, con la fronte aggrottata. «Non è così che funziona, giusto? Se io voglio un altro avvocato, ho diritto ad averlo, vero? Lo stato me ne fornirà uno, no?» blateravo senza riuscire a fermarmi.
Lui scrollò le spalle. «Non siamo qui per darle consigli legali, signorina, ma se fossi in lei non mi sognerei neanche di dare il benservito a Quaid Jackson. Si dice che sarebbe capace di far assolvere il Tristo Mietitore, se volesse.»
Quaid Jackson, ecco come si chiamava.
Ero sbalordita dal suo modo di comportarsi, e dalla situazione in cui mi trovavo. Non potevo negare che il suo aspetto e il suo atteggiamento mi avevano lasciato senza parole. Il suo nome, come la persona che lo portava, era insolito e sofisticato, ed ero sicura che ora me lo sarei ricordato. Me lo rigirai nella testa, insieme alle altre migliaia di sbagli che avevo fatto per arrivare a quel punto.
Quando Quaid se ne fu andato e gli agenti mi ebbero liberato le caviglie, li seguii verso la mia cella. Imprecai sottovoce notando che la tizia dei mostri era sparita, ma la mogliettina omicida c'era ancora. Era seduta su una delle brande, ripiegata su se stessa, e piangeva disperatamente con il viso fra le mani. Sembrava un animale ferito, e sapevo che entro pochi minuti mi avrebbe fatto tornare il mal di testa. Mi aspettava un'altra notte insonne, e non perché continuavo ad arrovellarmi su che cosa avrebbe detto mio padre quando Quaid lo avesse chiamato.
Scoccai un'occhiata all'agente alla mia destra, mentre apriva la porta della cella per farmi entrare. Lui scosse la testa e borbottò a bassa voce, in modo che solo io potessi sentirlo: «Il marito le ha servito le carte per il divorzio e il conto dei danni per la macchina e la casa. Sarà una lunga notte».
Poteva ben dirlo.
Quando il cancello si chiuse alle mie spalle, infilai le mani nell'apertura per farmi togliere le manette. Sembrava di essere nella serie Orange Is the New Black, anche se la situazione era molto meno divertente. Pregai silenziosamente di non dover rimanere tanto a lungo da poter fare altri paragoni del genere.
Andai verso il lato opposto della piccola cella e appoggiai una spalla contro il muro di cemento. Mi scostai dalla faccia una ciocca di capelli rosa scolorito, facendo una smorfia quando le mie dita sfiorarono il bernoccolo che avevo in mezzo agli occhi.
Sibilai dal dolore, e incontrai gli occhi lacrimosi e iniettati di sangue della donna di fronte a me.
Appoggiai la testa contro il muro e fissai il soffitto, affascinata dalla luce al neon che ronzava sopra di me.
«Quando ero piccola, mio padre mi diceva che le scelte sbagliate producono storie interessanti. Me lo ha detto all'ospedale, mentre piangevo perché dovevano mettermi una placca di metallo nel braccio dopo che ero caduta da un albero sul quale lui mi aveva avvertito di non salire. E poi me lo ha detto quando ho distrutto la mia prima macchina, che secondo lui non ero ancora pronta a guidare in inverno. Me lo ha detto anche quando mi ha scoperto a fumare la mia prima sigaretta, che mi ha fatto stare male come un cane.» Voltai di nuovo la testa verso la donna, che stava ancora piangendo, ma in modo silenzioso, e che mi scrutava intensamente. «Aveva ragione. Tutte le cose stupide che ho fatto negli anni, nonostante i suoi avvertimenti, hanno prodotto storie molto interessanti, mi sono affezionata alle mie cicatrici di guerra. Mi ricordano continuamente che il papà ha davvero sempre ragione.»
La donna tirò su col naso e si asciugò la faccia con una mano. «Perché mi dici queste cose? Non credo che aver lanciato una macchina contro la mia stessa casa possa mai diventare una storia interessante. Sono certa che i miei figli non apprezzeranno questa scelta sbagliata, che molto probabilmente mi terrà lontano da loro per moltissimo tempo.»
Io girai di nuovo lo sguardo al soffitto, concentrandomi più che potevo per riuscire a risentire la voce profonda e roboante di Brite Walker che mi sussurrava: Le scelte sbagliate producono sempre storie interessanti, Sprite.
Non lo avevo detto per lei... lo avevo detto per me stessa, perché avevo bisogno di sentirlo. Ora più che mai.

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