domenica 11 dicembre 2016

11 Dicembre 2016.. undicesimo giorno di Avvento!


Buona Domenica Book Readers! Ancora non ci credo di essere arrivata all'undicesimo giorno. E vi voglio ringraziare per il modo in cui avete accolto l'iniziativa. Anche se non si vede, le visualizzazioni sono tante❤
Sayer e Zeb, sono stati un fuoco. Hanno iniziato pian piano. Da quelle poche brace che erano rimaste, hanno saputo soffiare e dar vita a una storia d'amore meravigliosa. Sono stati travolgenti, così meravigliosi nel modo di comportarsi da meritare un posto nei personaggi che ricordo e ricorderò sempre con maggiore affetto. Erano una famiglia prima ancora di saperlo. L'uno la salvezza dell'altro, legati da quell'amore che tutti sognano. E poi, il piccolo Hyde, avrebbe sciolto anche il cuore più ghiacciato. ❤

Prologo
La incontrai in un bar.
Aveva in mano una bottiglia di birra, anche se a giudicare dal suo aspetto avrebbe dovuto piuttosto sorseggiare champagne da un calice di cristallo, e questo inesplicabilmente mi eccitò subito. Era bella, e sembrava completamente fuori posto in quell'anonimo bar, seduta di fronte a uno dei miei più vecchi amici, che fra l'altro era anche il fratello che non sapeva di avere. Era venuta lì per lui, ma nell'attimo stesso in cui la guardai, desiderai che rimanesse per me.
Sapevo che non era per niente educato, e che quei due avevano bisogno di restare un po' da soli per capire a che punto stavano, dopo che lei era piombata nella sua vita senza preavviso. Se fossi stato un amico migliore li avrei lasciati in pace. Invece mi avvicinai a quel tavolino e mi accomodai. Ero ricoperto di segatura, e avevo incrostazioni di cartongesso fra i capelli e sulla faccia, ma lei non fece una piega, non batté ciglio quando invasi volutamente la loro privacy, piazzandomi più vicino che potevo senza imporle un contatto fisico.
Il buon vecchio Rowdy St. James ci presentò, indirizzandomi un'alzata di sopracciglio mentre la fissavo con tanto d'occhi. Sayer Cole: perfino il suo nome aveva un suono elegante e sofisticato. Quel bar sembrava l'ultimo posto al mondo dove una donna così splendida avrebbe dovuto essere, e noi due c'entravamo ancora meno: lei era un enigma. Era uscita dal nulla un paio di mesi prima, sostenendo di essere la sorellastra di Rowdy, di avere il suo stesso padre e di voler soltanto far parte della sua vita e avere finalmente una famiglia. Sembrava troppo fragile per dimostrare tanto coraggio, troppo perbene per aver mandato tutto affanculo, mollando la sua vita per trasferirsi in un posto sconosciuto, senza neanche sapere come sarebbe stata accolta. Pareva fatta di seta, ma se non mi sbagliavo su di lei, sotto quella seta c'era acciaio puro.
Per fortuna, Rowdy era un bravo ragazzo. Scoprire di non essere solo al mondo, realizzare di avere un legame indissolubile con un'altra persona, un legame di sangue, all'inizio era stato uno shock, ma poi aveva cominciato ad apprezzare l'idea di avere una sorella, nonché il fatto che quella sorella fosse Sayer.
Rowdy mi piaceva molto: era una persona affidabile, e un buon amico, ma avevo l'impressione che questa sorella maggiore appena ritrovata mi sarebbe piaciuta anche di più. Con il mio classico modo di fare spiccio, e senza guardare la bionda mozzafiato, gli chiesi: «Quindi hai una sorella? Una sorella strafiga e di classe?». Questa sorella era anche un avvocato: bellissima e intelligente.
Mi aspettavo che facesse una risatina, o che alzasse gli occhi al cielo davanti a quel complimento smaccato, invece spalancò due occhi di un blu incredibile, spostandoli da me a suo fratello, come se non sapesse bene che cosa fare di se stessa, o del mio evidente interesse per lei.
Pensai di aver esagerato, di aver messo a disagio quella bella sconosciuta: ero grosso e muscoloso, e sapevo che il mio aspetto mi faceva sembrare più duro e selvaggio di quanto non fossi in realtà. Forse era un po' troppo per una donna che era già così chiaramente fuori dal suo ambiente.
Invece Sayer mi colse di sorpresa, e dal modo in cui si irrigidì capii che anche Rowdy era stupito. Non trasudava proprio simpatia ed entusiasmo, ma quando Rowdy le spiegò che mi occupavo di ristrutturazioni e che avevo rinnovato lo studio di tatuaggi dove lui lavorava, mi chiese dei progetti che stavo seguendo al momento con quello che sembrava sincero interesse. Quando le raccontai che la mia specialità era recuperare vecchie case e dare loro una nuova vita, i suoi occhi si illuminarono. Avrei voluto toccarla per vedere se era morbida e liscia come sembrava. Avrei voluto lasciare le mie tracce sul suo viso perfetto, per dimostrare che l'avevo toccata, che mi aveva permesso di toccarla. Fu una reazione viscerale, istintiva, che non riuscivo a spiegarmi, eppure mi piaceva. Mi piaceva sentire il peso di quell'istinto scorrermi nel sangue, anche se sapevo che era molto improbabile che fosse reciproco.
Mi raccontò tutto della casa vittoriana che aveva comprato, meravigliosa ma fatiscente: le stava praticamente crollando addosso. Mi chiese un biglietto da visita, e osservai Rowdy irrigidirsi di fronte a me. Io sospirai, passandomi una mano tra i capelli già sconvolti. Il suo sguardo seguì la nuvoletta di polvere che ne era uscita. Ero molto bravo nel mio lavoro, e lo amavo davvero, ma non potevo fare nulla con lei, o per lei, senza essere completamente onesto (soprattutto non mentre Rowdy mi fulminava con lo sguardo a pochi centimetri di distanza).
Pescai un bigliettino dal portafoglio, e nel momento in cui glielo diedi le nostre dita si sfiorarono: lei spalancò gli occhi e dischiuse appena le labbra. Quando le sorrisi, sembrò un po' trasognata.
«Prendilo pure, ma sappi che l'uomo che te lo sta dando ha un passato.»
Lei batté le palpebre, schiarendosi la voce: «Che tipo di passato?».
Non era certo una cosa che mi faceva piacere confessare a una bella donna al nostro primo incontro. Preferivo arrivarci per gradi, per dimostrare che mi ero lasciato tutto alle spalle, ma non credevo che con lei avrei avuto un'altra occasione.
«Lo dico a tutti i miei clienti, e a chiunque stia pensando di assumermi per un progetto: ho la fedina penale sporca. Ho passato alcuni anni in carcere, non ne sono certo fiero, ma non posso negarlo. Da giovane ero una testa calda e sono finito nei guai, nel mio lavoro però sono il migliore, quindi spero che questo fatto non ti impedisca di chiamarmi.» Magari anche per motivi non lavorativi.
La reazione più comune alla mia dichiarazione era un'espressione preoccupata, seguita da un fiume di domande sui motivi per cui ero finito in carcere, ma quella splendida bionda non fece nulla di tutto questo. Inclinò la testa di lato e mi studiò in silenzio per un lungo momento, prima di prendere il mio bigliettino e infilarlo in borsetta. Al massimo poteva esserci della compassione nel suo sguardo, avrei potuto giurarci, quando mi disse dolcemente: «Lo vedo succedere ogni giorno, dall'interno: a volte il sistema fa semplicemente degli errori». Gli angoli della sua bocca si incurvarono in un lieve sorriso, e a quella vista avrei voluto chinarmi su di lei e baciarla. «Tutti fanno degli errori. Si spera che servano per imparare.»
Non so se parlare di errore del sistema fosse corretto nel mio caso, forse sarebbe stato meglio dire che il sistema era stato fuorviato, ma la sua completa mancanza di disapprovazione o di pregiudizio nei miei confronti mi fece desiderare ancora di più di prenderla fra le braccia e non lasciarla più andare. Era vero, avevo fatto uno sbaglio, uno sbaglio enorme, e l'avrei portato con me per sempre, ma avevo imparato molto, e continuavo a farlo.
Era molto raro che una persona completamente sconosciuta riuscisse a capirlo, specialmente se lavorava in campo legale. Non ero abituato a essere riconosciuto per me stesso, per come veramente ero, dopo aver spiegato da dove venivo: di solito mi vedevano solo come un ex detenuto, un poveraccio. Lei mi aveva fatto sentire rinnovato, ed era una sensazione molto seducente. Non capivo bene i motivi del suo comportamento, ma sarei stato ben felice di avere occasione di scoprirlo, se me lo avesse concesso.
Sentivo il suo contegno esteriore perfetto, impeccabile, come una tentazione a contaminarlo con le mie mani sporche e le mie cattive maniere, e c'era qualcosa nel modo in cui mi guardava, e in cui si girava verso di me come per un'attrazione magnetica, che mi faceva pensare di non essere l'unico a sentire quell'inesplicabile spinta.
Rowdy dopo un po' se ne andò, ma lei rimase.
Prendemmo un altro paio di birre, parlando ancora della sua casa e di che cosa voleva farne. Aveva già assunto un'impresa, ma sospettava che il titolare la stesse imbrogliando. Nel nostro settore succedeva spesso, quindi non mi sarei stupito se avesse avuto ragione. In sua compagnia il tempo volava: chiacchierare con lei era fantastico, per non parlare del piacere di guardarla. Ero sempre più desideroso di mettere le mani sulla sua casa, e ovviamente su di lei, e mi sembrava che forse, un pochino, anche lei fosse incline a quei pensieri, ma poi feci l'errore di chiederle del suo passato.
Le domandai dove stava prima di scoprire l'esistenza di Rowdy e decidere di trasferirsi a Denver per poterlo conoscere: ero curioso di sapere che tipo di vita facesse, come avesse potuto mollare tutto senza lasciare dei vuoti. In realtà quello che volevo sapere era se aveva un fidanzato o un marito nascosti da qualche parte, ma anche la mia domanda generica doveva aver toccato un nervo scoperto. Prima che potessi rendermene conto, aveva pagato le nostre consumazioni ed era svanita nella notte. In un batter d'occhio era passata da brillante e simpatica a gelida e intoccabile.
Pensai di aver rovinato tutto con il mio modo di fare troppo brusco, come al solito. Mi dissi che probabilmente c'era qualcun altro nella sua vita, e che era stata educata e gentile con me soltanto perché ero un caro amico di suo fratello. Credevo che non l'avrei più rivista, e mi stupivo che questo solo pensiero mi facesse sentire il cuore pesante e un dolore al centro del petto.
Immaginatevi quindi la mia sorpresa quando, una settimana dopo, mi chiamò e mi affidò la ristrutturazione della sua casa senza neanche chiedere un preventivo, o firmare un contratto, né sapere se ero davvero così bravo come dicevo.
Ovviamente accettai, ma sapevo bene che una volta dentro avrei dovuto demolire e riorganizzare ben più dei semplici muri della casa, se volevo costruire qualcosa di altrettanto bello e duraturo.



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