domenica 18 dicembre 2016

18 Dicembre 2016.. diciottesimo giorno di Avvento!


Ho voluto conservare quest'ultima domenica prima della fine dell'Avvento a uno dei libri che mi hanno sorpreso di più. L'ho scoperto per pura casualità.. girovagando alla ricerca di nuove letture. Non so cosa mi ha spinto a sceglierlo, e forse per una volta userei la parola destino. 

Un libro intenso, carico di emozioni, di dolore... 
Il lungo percorso di Nathan e Talia verso la rinascita è stato... fortificante. La loro non è una storia semplice. Non è l'amore che li lega...ma un qualcosa di molto più profondo. Hanno combattuto con coraggio, anche quando arrendersi era semplice. Sono andati avanti e briciola dopo briciola.. si sono ricostruiti. 

Lo so che non è famosissimo, ma non posso non rinnovarvi il mio invito alla lettura di questo piccolo capolavoro. ❤


RECENSIONE 


10 Agosto, Chicago

Talia

Parcheggiai l’auto in doppia fila.

Non mi interessava di poter prendere una multa, non mi interessava nemmeno dello sguardo attonito delle persone. Indossavo gli stessi abiti con cui ero fuggita, una maglietta rossa con denti da vampiro e un pantaloncino a mezza coscia. Forse, però, non erano i vestiti il mio problema più grande, quanto lo sguardo da pazza e gli occhi rosso sangue. Avevo guidato tutta la notte e non ero riuscita a frenare le lacrime.

Ignorai il vento che mi sferzava i capelli, che mi frustava il viso. Ignorai ogni ostacolo che si frapponeva fra me e il mio obiettivo. Mi muovevo lenta ma decisa e la folla di persone si apriva al mio passaggio. Tutto sembrava scorrere al rallentatore e riuscii a tranquillizzarmi solo quando mi trovai davanti alla lastra di marmo bianco, quella che evitavo da dieci lunghi anni.

Con le dita seguii i solchi delle lettere incise, odorai i fiori che la nonna aveva portato e guardai il volto della bambina dai lunghi capelli rossi che, ormai, non c’era più.

«Ciao, Laia.» Iniziai, per poi arrestarmi di colpo. Non sapevo come parlare ad una lapide.

Una folata di vento sospinse le foglie rossicce attorno ai miei piedi. «Lo prenderò come un saluto e non come un rimprovero. Lo so che sarei dovuta venire prima, so che ho commesso un errore, anzi, una lunga serie di errori. Sono venuta qui con l’intenzione di chiederti scusa, ma adesso che ho trovato il coraggio di farlo, adesso che sono qui, davanti a te, ho bisogno che tu sia ancora una volta una buona confidente per me. Ho tradito la promessa che ti ho fatto, Laia. Potrai mai perdonarmi?»

Avevo la mano ancora poggiata sul suo volto sorridente, ero incapace di allontanarla da lì. Ero partita di corsa, non avevo il cellulare con me e speravo che la mia famiglia, i miei amici, impiegassero più tempo a capire dove mi trovassi. Sapevo che non avrebbero esitato a raggiungermi ma avevo bisogno di starmene da sola, di starmene un po’ per conto mio, era così sbagliato?

Il custode del cimitero mi guardò per poi distogliere velocemente lo sguardo. Forse aveva capito che non si sarebbe liberato di me facilmente.

Osservai il volto di Laia e ricacciai indietro le lacrime. Non meritavo sollievo dal mio dolore, quello che meritavo era di esserne lacerata e distrutta, perché nel momento esatto in cui avevo trovato conforto avevo rovinato la promessa che rispettavo dalla sua scomparsa e avevo trascinato anche lui nel mio baratro oscuro.

«Ti ho portato dei fiori, sono delle margherite. Se non sbaglio ti piacevano tanto, non è così? Dicevi sempre che io e la mamma avevamo la passione per la pittura, per i colori, mentre Rosi era la ballerina migliore di questo mondo. Tu eri l’unica che sentiva di non avere una strada e per un periodo hai finto di essere innamorata dei fiori. Ma non ne conoscevi nemmeno uno, non sapevi niente su di loro, ma la mamma e il papà ti comprarono comunque l’occorrente necessario per assecondarti. Non facevano altro che ripeterci che avremmo potuto diventare ciò che volevamo da grandi… chi lo avrebbe mai detto che tu non saresti mai cresciuta e che io sarei diventata un mostro?»

Mi fermai e sfiorai coi polpastrelli la ‘A’ di piume all’interno del polso. «Vorrei parlarti di Matt. Immagino di averlo capito sin da subito che avrebbe sconvolto la mia vita. Per la prima volta in dieci anni, Laia, ho voluto che accadesse anche se all’inizio lo negavo con tutta me stessa. Poi, ti racconterò di Nate e ti dirò come il mostro che sono diventata gli ha spezzato il cuore.»



10 Agosto, Los Angeles

Nathan

Grigio.

In quella cella tutto aveva quel colore, ma mi bastava chiudere gli occhi per immaginare che ciò che mi circondava non fossero una branda scomoda su cui dormire, un orinatoio puzzolente e una finestra piccina con delle sbarre che mi separavano dal mondo. Quando chiudevo gli occhi non vedevo la prigione in cui ero rinchiuso, non vedevo la cella che mi era stata assegnata, vedevo dei capelli dal colore indefinito, biondi se colpiti dal sole e castani se accarezzati dal buio. Non sentivo il tanfo che mi circondava, ma percepivo il suo odore. Non c’era più il grigio perché ero circondato dall’azzurro scuro dei suoi occhi.

Avrei dovuto odiarla, avrei dovuto debellarla dalla mia vita, dai miei pensieri, dalle mie vene. Ma non ci riuscivo. Dopo averla cercata tanto a lungo, l’avevo persa, di nuovo. E per colpa sua ero finito nel mio purgatorio.

Un tempo consideravo la prigione l’inferno, ma poi avevo realizzato che non era così, la prigione non era di certo il mio posto preferito, ma l’inferno era ben altro. L’inferno era non averla con me, non poterla osservare, non poter ridere di lei, ridere con lei. L’inferno era non sentire il suo odore fruttato, non sentire la sua voce forte ma dolce, imbarazzata e decisa.

Ecco perché avevo preferito non dormire e dopo solo una notte in gattabuia già rischiavo di crollare ovunque, qualsiasi cosa stessi facendo, perché se avessi chiuso gli occhi non avrei visto altro che lei e avrei dovuto ricordarmi che era solo per colpa sua che ero finito lì. Di nuovo.

E comunque, mi mancava ugualmente.

Troppo.

Cazzo. Cazzo. Cazzo.

Era passato solo un giorno dall’ultima volta che l’avevo vista. Tra lo stato di fermo, l’arresto e la richiesta dei domiciliari non ero capace di ricordare quante ore fossero trascorse, ma ricordavo con chiarezza ogni secondo passato senza di lei. Senza Talia la mia vita sembrava non avere senso. Non era colpa della prigione, già una volta aveva provato a piegarmi, a distruggermi ed io avevo l’avevo vinta. Ma era bastata una ragazza dai capelli indomabili a spezzarmi.

«Grey, ci sono delle visite per te.»

Osservai Brian, la guardia che era di turno, nonché vecchia conoscenza, e scossi il capo. «Non voglio vederlo.»

«Lo sai che tra due giorni sarà di nuovo qui.»

«E tra due giorni avremo di nuovo la stessa conversazione.»

Brian si allontanò per comunicare a mio fratello una notizia che non lo avrebbe sorpreso: non volevo vederlo.

Non volevo abbandonare la mia famiglia, avevo rinunciato a qualsiasi progetto di vita, a qualsiasi possibilità di fuga per restare accanto a Matthew e, alla fine, la prigione mi aveva reclamato come se fossi stato una sua proprietà. Maledizione, pensai.

Raccolsi quel maledetto libro, quello che avevo rubato da casa sua. Mi aveva sorpreso trovarlo lì, adagiato sul tavolo in bella vista. Talia non usciva mai di casa senza portarlo con sé.

Ne osservai la copertina. Là, dove nasce l’infinito, citava il titolo. Non potevo fare a meno di chiedermi perché avesse sottolineato delle frasi e cerchiato delle altre. Aprii una pagina a caso, proprio come mi aveva detto che faceva lei.

Si è soli
In una stanza
In una strada
Dentro se stessi.

Odio questo libro.

Tra quelle sbarre potevo sentire ancora le ultime parole che mi aveva rivolto, l’ultima volta che avevo sentito la sua voce.

“Smettila di proteggermi, Nate.”

«Talia…»

Chiusi gli occhi e continuai a pensare a lei. Non potevo farne a meno.

« …ma io non merito di essere sfiorata con gentilezza… Non lo merito, Nate. »

Mi svegliai di soprassalto.

Da quando ero lì i pensieri vagavano come impazziti da un neurone all’altro e questo era un altro motivo per cui non volevo dormire, desideravo davvero di smettere di sognare.

«Perché mi sono innamorato di te?» Sussurrai. Talia era così diversa da tutte le altre ragazze che avevo conosciuto, che avevo osservato in tanti anni. Era fragile ed io non ero una piuma, al contrario, ero un carro armato che era stato fermato da una lastra di cristallo.

Non ero felice della mia vita prima di lei. Avevo giurato di proteggere mio fratello, da se stesso, dal mondo e lui aveva ricambiato il mio sacrificio trovando lei. Ma non avevo capito che l’angelo che avevo lasciato dieci anni prima aveva perso le ali. Quell’angelo non esisteva più. Mi misi a sedere e guardai fuori dalla finestra. La pioggia scorreva lenta, leggera e nel cielo brillava il sole. L’arcobaleno era visibile anche da dove mi trovavo e ne seguii i contorni.

Smisi immediatamente di farlo. Avevo già inseguito l’arcobaleno ed ecco cosa avevo ottenuto.

La prigione. La sua assenza.

Avevo infranto tutte le sue regole, anche quelle che non mi aveva confessato.
L’avevo toccata.
L’avevo amata.
Le avevo riportato la vita.
E lei era tornata a rifugiarsi nelle ombre.

E comunque, l’amavo ancora.

2 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io sono rimasta colpita in maniera bellissima! Non mi aspettavo neanche la metà di quello che ho provato quando ho iniziato a leggere il libro 😍

      Elimina