domenica 4 dicembre 2016

4 Dicembre 2016... quarto giorno di avvento!



Buona domenica Book Readers! 

Amy Harmon, è una delle autrici che mi hanno sorpreso di più. Dopo aver letto il suo primo romanzo "I cento colori del blu", ho deciso che qualsiasi lavoro avesse pubblicato lo avrei preso. "Infinito +1" è stato il suo terzo romanzo... e ancora una volta ha saputo sorprendermi! 


Bonnie e Clyde mi hanno insegnato che perdere qualcuno, non significa soffrire solo in quel momento o nei mesi successivi. Il dolore, ti ricorda chi non c'è più anche nel più semplice gesto quotidiano, e perdere l'altra metà di se... è ancora peggio. Loro sono stati... incredibili. La loro storia, il loro viaggio.. indimenticabile. Erano due metà che si sono perse per ricongiungersi tra di loro. 





Prologo

L’origine

Il televisore era acceso. A volume altissimo. Era sintonizzato dal mondo dello spettacolo, e la presentatrice era seduta dietro a una scrivania come se quella postazione la facesse sembrare più intelligente e rendesse il programma più credibile. L’abbronzatura a spray e le ciglia finte smentivano però quella messa in scena, e lui alzò un braccio per spegnere il televisore. Ma sullo schermo comparve il suo volto, e la mano gli cadde inerte lungo un fianco. Osservò la foto in cui lui sorrideva e abbassava lo sguardo, verso il viso di lei rivolto in su. Con un braccio le cingeva la vita, mentre lei gli teneva una mano sul petto e gli sorrideva. L’immagine poi prese la forma di una vecchia foto in bianco e nero e lui la fissò, pietrificato, mentre la presentatrice iniziava a raccontare questa storia:

Bonnie Parker incontrò Clyde Barrow in Texas: era il gennaio del 1930. Il paese era in piena Depressione e la gente era povera e disperata, pronta a tutto: Bonnie Parker e Clyde Barrow non facevano eccezione. Clyde aveva vent’anni, Bonnie diciannove, e sebbene nessuno dei due avesse molto da offrire all’altro – Bonnie era già sposata, il marito era scappato molto tempo prima; Clyde aveva una sfilza di precedenti penali e una certa abilità nel sopravvivere – diventarono inseparabili. Nei quattro anni successivi, tra arresti e fughe, attraversarono come un uragano il Sud polveroso, rapinando banche, grandi magazzini e benzinai, uccidendo poliziotti e diversi civili, senza mai fermarsi troppo in un unico posto. Un rullino e una serie di poesie scritte da Bonnie e poi ritrovate in un nascondiglio a Joplin, in Missouri, hanno fatto conoscere al mondo intero la vicenda dei due giovani malviventi e hanno assicurato loro un posto nella storia americana e nell’immaginario collettivo. Erano giovani, violenti e innamorati, senza alcun riguardo per nulla, se non per se stessi. Violarono la legge, consapevoli del fatto che non avrebbero potuto evitare la morte, e nel maggio del 1934 andarono incontro al destino. Caddero in un’imboscata su una strada deserta nella Louisiana, sulla loro auto furono sparati centotrenta colpi, morirono insieme, i loro corpi furono crivellati dai proiettili, le loro giovani vite e la sequela di crimini che avevano commesso furono interrotte. Morti, ma non dimenticati. La storia, dunque, si ripete? Siamo di fronte a una versione moderna di Bonnie e Clyde? Due amanti in fuga che seminano il caos al loro passaggio? Sebbene non si tratti di storie identiche, i punti in comune sono numerosi. E bisogna chiedersi se in questa vicenda la fama e la fortuna a un’età tanto giovane non siano in parte da condannare. Anziché la povertà che faceva da sfondo alle azioni di Bonnie e Clyde negli anni Trenta, qui abbiamo l’estremo opposto. Ma in entrambi i casi, ci sono due ragazzi che crescono troppo in fretta, costretti ad affrontare realtà difficili in tenera età, e che alla fine si ribellano contro il sistema. Lo abbiamo visto tante volte: una carriera promettente, un talento straordinario. E la domanda è perciò inevitabile: cosa è successo veramente a Bonnie Rae Shelby?

I MOMENTI CHE HO AMATO DI PIU' 

(pericolo spoiler!)


Lo sguardo di Finn abbandonò il cielo e passò alla sua malandata Blazer. A proposito di amici inseparabili, il parcheggio si era svuotato mentre lui aspettava in camera. I clienti del Motel 6 erano viaggiatori, e nessuno di tratteneva per vedere un film in camera o per mangiare. Erano rimaste solo due auto nel parcheggio, e seduta accanto alla Blazer, rannicchiata sopra un sacchetto  di plastica adagiato sul marciapiede, evidentemente per non bagnarsi il sedere, c’era la sua piccola spina nel fianco. Indossava un giubbotto rosa imbottito e il cappello di lana che aveva acquistato il giorno prima al centro commerciale. Si era alzata il cappuccio in testa, e teneva le mani strette tra le ginocchia. Aveva il naso rosso come gli stivali, e l’aria derelitta. Aveva visto Finn prima che lui vedesse lei, e gli teneva lo sguardo fisso addosso. (…) Non cercò di seguirlo, né lo chiamò per dirgli di aspettare. Restò solo ferma lì, a guardarlo mentre si allontanava. Lui fece inversione di marcia e proseguì per pochi metri prima di lasciar cadere lo sguardo sullo specchietto retrovisore che gli restituiva l’immagine di Bonnie. “Incredibile” mormorò e colpì il volante con il palmo della mano. (Pag.55) 

“Ti capita mai di avere la sensazione di aver perso qualcosa e poi ti rendi conto che non è qualcosa, ma è qualcuno… è Fisher? Io mi sento sempre così. Come se avessi trascurato qualcosa di importante, e controllo di non aver dimenticato da qualche parte il mio cellulare, o le chiavi, o la borsa. Poi mi rendo conto che si tratta di Minnie. Ho perso Minnie.”
“Mia madre sosteneva che io e Fish fossimo due facce della stessa medaglia. Fish diceva che lui era la testa e io il culo. Non croce, culo. Ma se è vero, allora non posso perderlo: finchè esisto, esiste anche lui. Non puoi perdere l’altra faccia della medaglia, giusto?”
“Eravate identici?”
“Sembravamo identici, ma non lo eravamo. Lui era destroso, io mancino. Lei era istintivo, io sono razionale. Lui era estroverso, io sono sempre stato un po’ timido”
“Come me e Minnie”, disse Bonnie, “Solo che io sono come Fish, e lei era come te”. 
Nel buio Finn si lascò andare a un sorrisetto ironico. Si. Quella cosa l’aveva capito da solo.
“Finn? Io sono gemella. Tu sei gemello. Ma i nostri gemelli se ne sono andati. Quindi, cosa siamo? Due metà?” (Pag.99)


“Credi che il paradiso sia pieno di camere infinite numerabili con ospiti infiniti numerabili?”, azzardò Bonnie.
Forse si stava chiedendo se Minni fosse nella sua camera del paradiso. Forse c’era anche Fish, in una camera vicino a quella di Minnie. Forse si erano trovati, proprio come Finn e Bonnie, ipotizzò Finn tra sé e sé. E poi soffocò un gemito per quei pensieri romantici. Stava diventando delirante. Ed era tutta colpa di Bonnie. (Pag.102)



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