sabato 17 dicembre 2016

17 Dicembre 2016.. diciassettesimo giorno di Avvento!



Il genere di libri che preferisco è il Romance. Che sia Young, Contemporary o adult... non importa. Quello che conta per me è la trama e la sintonia che sento a "pagine" con loro.

Quindi, quando mi sono imbattuta per puro caso in un fantasy.. beh ero un po' scettica. Nonostante sia proprio questo genere ad avermi spinto ad amare la lettura.

Beh... Stephen ed Elizabeth sono stati una grande sorpresa. Mi hanno fatto appassionare alla loro storia e a tutto il mistero che c'era dietro l'invisibilità di Step. Oltre a questo, la loro è stata una storia intensa. Il personaggio di Step.. con la sua fragilità e forza.. il suo non essere mai stato visto da nessuno.. mi ha fatto riflettere. Tante volte ho desiderato di essere "invisibile", ma leggendo questo libro.. beh non sarebbe stato bello. Per niente. Lui, pur restando solo, ha trovato in modo di andare avanti. Ha creato la sua routine quotidiana. Ma tutto cambia nel momento in cui si imbatte in Elizabeth. Lei lo vede. Come non lo ha mai visto nessuno. 






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Sono nato invisibile.

Non so come andarono le cose. Mia madre si recò in ospedale aspettandosi un bambino normale,visibile? O credeva nella maledizione, sapeva cosa sarebbe successo e quindi partorì in segreto? È un’immagine così strana, persino per me: un neonato invisibile, introdotto nel mondo. Come fu quel primo momento? Quando mia madre mi tenne in braccio e non c’era nulla da vedere, solo percepire? Non me l’ha mai detto. Per lei, il passato era invisibile come io ero invisibile. Le sfuggì di bocca che era una maledizione, alcune brevi parole con mio padre, che non avrei dovuto sentire. Ma ormai era fatta. Nessun perché. Nessun percome. C’era solo quel fatto, nudo e crudo, ed era la mia vita.

Invisibile. Sono invisibile.

Voglio continuare a chiedere ai miei genitori perché. Voglio continuare a chiedere ai miei genitore come. Ma non posso più. Se ne sono andati ormai. Mio padre ci ha lasciati quando io ero piccolo. Era troppo per lui. Mia madre ha resistito quanto più ha potuto. Quindici anni. E poi il suo corpo ha ceduto. Una vena nel cervello. Sono solo da quasi un anno ormai.
Nessuno può mai vedermi, per quanto mi sforzi. Posso essere toccato, ma solo se mi concentro. E posso sempre farmi sentire, se scelgo di parlare. Queste, immagino, sono le regole della maledizione. Mi ci sono abituato, anche se non le capisco. Quando ero un neonato, avevo automaticamente un peso, ma più diventavo cosciente più dovevo concentrarmi per essere tenuto. Non mi dissolvo: una parte di me è sempre lì, non attraverso il pavimento o le pareti. Ma toccare… ecco, quello richiede uno sforzo. Non sono solido per il mondo, ma il mondo è solido per me. La maledizione è un’intricata e spesso contraddittoria ragnatela, e io ci sono nato all’interno. Sono un inconsapevole schiavo dei suoi progetti. In una città come New York è semplicissimo essere invisibili, fintanto che hai un padre assente che contribuisce al tuo conto in banca di tanto in tanto. Qualsiasi cosa – generi alimentari, film, libri, mobili – può essere ordinata su Internet. Non c’è mai bisogno dello scambio di contanti. I pacchi vengono lasciati fuori della porta.

Il più delle volte sto in casa, ma non sempre.

Vivo a quattro isolati da Central Park, e trascorro la maggior parte dei pomeriggi lì. È dove scelgo di vivere la mia vita priva di tracce e ombre. Sono solo un’altra parte dell’universo. Sono negli alberi, nell’aria, vicino all’acqua. A volte rimango seduto su una panchina per ore. Altre vago per il parco. In ogni momento osservo. Turisti e gente del luogo. Persone che portano fuori il cane ogni giorno a mezzogiorno in punto. Gruppi di adolescenti che schiamazzano per attirare l’attenzione dei coetanei. Anziani che, come me, rimangono seduti e osservano ciò che hanno intorno, come se avessero tutto il tempo del mondo, quando nel profondo sanno che è vero l’esatto opposto. Osservo tutti loro. Ascolto le loro conversazioni, sono testimone delle loro confidenze. Non dico mai una parola, tanto che tutti loro sono più coscienti degli uccelli, degli scoiattoli, del vento.
Non esisto. Eppure esisto.

Mi manca mia madre. Quando ero piccolo, mi ha insegnato a concentrarmi, a dare a me stesso un peso quando l’istinto cominciava a scomparire. In quel modo poteva portarmi ancora sulle spalle, dirmi di aggrapparmi a lei. Voleva che vivessi nel mondo, non al di fuori. Non tollerava nel modo più assoluto che mi comportassi male: non si rubava, non si spiava e non ci si approfittava di nessuno. Ero maledetto, ma non dovevo maledire gli altri. Ero diverso, sì, ma non ero meno umano di tutte le altre persone. Perciò dovevo comportarmi come ogni altro essere umano, anche se non mi sentivo affatto umano.

Mi amava, il che è la cosa più straordinaria di tutte. Non c’era mai stato alcun dubbio. Voglio dire, ce n’erano moltissimi, ma nessuno aveva a che vedere con l’amore.

Mi insegnò a leggere, anche se la maggior parte delle volte era lei a dover girare le pagine. A scrivere, anche se il semplicissimo atto di digitare su una tastiera può sfinirmi. A parlare, quando eravamo noi due da soli. E a rimanere in silenzio, quando c’era qualcun altro insieme a noi. Mi ha insegnato le scienze, la matematica e la storia, e a tagliarmi i capelli e le unghie. Mi raccontava storie che riguardavano il vicinato e il suo passato. Era a suo agio sia mentre mi raccontava del XVI secolo sia quando mi parlava di un programma visto in TV. L’unico periodo rimasto vuoto era l’anno della mia nascita. O qualsiasi cosa immediatamente precedente. O qualsiasi cosa immediatamente successiva.

Non l’ha mai detto ad anima viva. E per questo, anche lei era sempre sola, sola con me. Tale madre, tale figlio. Ci sono dei bambini con cui sono cresciuto, ma solo perché li ho avuti intorno, arrivando a conoscerli con l’osservazione. Soprattutto i bambini del mio palazzo. Alex del 7A è un mio vicino da più tempo di tutti gli altri; forse lo ricordo per primo per via dei capelli rossi, o magari perché non fa altro che lamentarsi. A sei anni voleva i giocattoli più nuovi, a sedici vuole rimanere fuori fino a tardi, che i suoi genitori gli diano più soldi e che lo lascino in pace. Mi sono stancato di lui, così come di Greta del 6C, che è sempre stata cattiva, e di Sean del 5C, l’eterno taciturno. Penso che sarebbe geloso della mia invisibilità, se venisse a sapere di questa possibilità. Ma visto che non è così, sceglie altri modi per esserlo, le invisibilità più volontarie. Si nasconde tra i libri. Non mantiene mai il contatto visivo, così il mondo diventa indiretto. Va avanti a suon di mormorii.

E poi c’era Ben, che si è trasferito. Ben, l’unico amico che io abbia quasi avuto. Quando aveva cinque anni e io dieci, decise di avere un amico immaginario. Lo chiamò Stuart, ed era abbastanza simile al mio nome – Stephen – per farmi stare al gioco. Mi invitava a cena, e io andavo a casa sua.

Tendeva il braccio per tenermi per mano nel parco, e io la prendevo. Mi portava con sé all’asilo per presentarmi agli altri bambini, e io me ne stavo lì in classe mentre la maestra assecondava la sua fantasia, annuendo a qualsiasi cosa Ben dicesse di me. L’unica cosa che non potevo fare era parlargli, perché sapevo che sentire la mia voce avrebbe rovinato l’illusione. Una volta, quando ero sicuro che non stesse ascoltando, sussurrai il suo nome. Giusto per sentirlo. Ma non se ne accorse. A sei anni ormai era diventato troppo grande per me. Non posso biasimarlo. Comunque, ero triste quando si trasferì.

Le mie giornate sono più o meno tutte identiche. Mi alzo quando voglio. Mi faccio la doccia, anche se è difficile che mi sporchi. Più che altro lo faccio per concentrarmi sull’avere un corpo, e per la sensazione dell’acqua sulla pelle. C’è qualcosa di umano in questa esperienza, una comunione con l’ordinario di cui ho bisogno ogni mattina. Non devo asciugarmi: sparisco semplicemente, e tutta l’acqua rimasta sul mio corpo cade sul pavimento. Torno in camera mia e mi vesto, per scaldarmi.

Gli abiti scompaiono non appena li indosso, un’altra delle finezze della maledizione. Poi metto un po’ di musica e leggo per qualche ora. Mangio perlopiù a pranzo: l’incantesimo copre anche qualsiasi cosa io metta in bocca, perciò – per fortuna – non devo assistere agli effetti della mia digestione. Dopo mangiato vado dritto al parco. Premo il pulsante dell’ascensore, poi devo aspettare nell’atrio che il portiere apra la porta a qualcuno prima di poter uscire. O, se non c’è proprio nessuno, apro la porta da solo e immagino, se qualcuno la vede aprirsi, che diano la colpa alla porta stessa, o al vento. Scelgo una panchina su cui non si siede nessuno, vuoi perché colpita dagli uccelli, vuoi perché non ha un’assicella. Oppure giro per il tortuoso Ramble. Sugli specchi d’acqua non ho alcun riflesso. Vicino alla conchiglia acustica posso dondolare al suono della musica senza che nessuno se ne accorga. Vicino ai laghetti posso lanciare un urlo improvviso, facendo volare via le anatre. I passanti non hanno idea di cosa sia successo.

Torno a casa quando fa buio, e leggo ancora. Guardo un po’ di TV, navigo in Internet. Come ho già detto, per me digitare è faticoso, ma di tanto in tanto scrivo meticolosamente alcune frasi. Questo è il modo in cui posso partecipare alla lingua dei vivi. Posso parlare a degli sconosciuti. Posso lasciare commenti. Posso offrire le mie parole quando sono necessarie. Nessuno deve per forza sapere che dall’altra parte dello schermo mani invisibili stanno premendo i tasti. Nessuno deve per forza sapere la mia grande verità se posso dar loro verità più piccole. È così che passo il tempo. Non vado a scuola. Non ho una famiglia. Il padrone di casa sa che mia madre è morta – ho dovuto chiamare l’ambulanza, dovevo vedere mentre la portavano via – ma pensa che mio padre sia ancora qui in giro. Una cosa devo concederla a mio padre: non mi ha mai ripudiato. È solo che non vuole più avere niente a che fare con me. Non so neanche dove sia. Per me è un indirizzo di posta elettronica. Un numero di cellulare.

Quando mia madre è morta, tutti i perché e i percome sono riemersi, alimentati dal mio dolore. L’incertezza mi faceva tornare indietro. Per la prima volta nella mia vita, senza la protezione del suo amore, mi sentii veramente maledetto. Avevo solo due scelte: seguirla o rimanere. Controvoglia, rimasi. Mi immersi nelle parole delle altre persone, nel parco, nell’intrecciarmi un nido per il futuro con i fili sparsi rimasti nella mia vita. Dopo un po’, ho smesso di domandarmi il perché. Ho smesso di farmi domande sul come. Ho smesso di notare il cosa. Ciò che rimane è semplicemente la mia vita, e la vivo semplicemente.

Sono come un fantasma che non è mai morto.

Tutto comincia col vecchio appartamento di Ben, il 3B. Due porte più avanti al mio, il 3D. La
famiglia di Ben si trasferì altrove quando avevo dodici anni. Da allora, ci sono state tre ondate di inquilini. I Crane, una coppia orribile, non facevano altro che urlarsi offese di ogni tipo. Si godevano la loro crudeltà fin troppo per divorziare, ma averli vicino non era altrettanto divertente. I Tate avevano quattro bambini, e con l’imminente arrivo del quinto capirono che un appartamento così piccolo non sarebbe andato più bene. E Sukie Maxwell aveva intenzione di rimanere a New York solo un anno, perché le avevano dato non più di dodici mesi per progettare un appartamento a Manhattan prima di andare in Francia a ridecorare una casa per lo stesso cliente. Ha lasciato un’impronta così insignificante nel mio universo che non mi ero neanche accorto che si era trasferita.Solo quando ho visto quelli della ditta di traslochi che portavano un vecchio divano sfatto – che Sukie Maxwell non avrebbe mai voluto in casa sua – capisco che ha lasciato il palazzo e che una nuova famiglia prenderà il suo posto.

Supero il furgoncino della ditta di traslochi e vado al parco senza pensarci più di tanto. Invece mi concentro su Ivan, il mio cinofilo preferito, che sta facendo fare la passeggiata pomeridiana a Tigger e Eeyore (un bassotto e un beagle rispettivamente). Da conversazioni origliate so che Ivan è venuto a Manhattan dalla Russia tre anni fa, e condivide una stanza al Lower East Side con altri tre russi che ha conosciuto su Internet. Non sta funzionando bene però, soprattutto perché Ivan sta cercando di corteggiare Karen, la tata dei figli dei padroni di Tigger e Eeyore che vive insieme a loro. Ho visto anche loro al parco, e penso che Karen e Ivan sarebbero una bella coppia, se non altro perché lui tratta i cani con gentilezza e con senso dell’umorismo, così come lei fa con i bambini. Ma è ovvio che Ivan non può passare la notte a casa dei suoi datori di lavoro, né vuole portare Karen a casa sua per conoscere i suoi discutibili compagni di stanza. È una situazione di stallo, e a volte mi sento tanto impaziente quanto Ivan di trovare la soluzione.

Sembra esserci qualche progresso oggi, perché dieci minuti dopo l’arrivo di Ivan al parco, ecco anche Karen insieme ai bambini. Sembrano interessati l’uno all’altra, ma con i bambini intorno sono esitanti. Quando vanno verso la statua di Alice nel Paese delle Meraviglie li seguo, e mi avvicino mentre i bambini li lasciano soli per andare a giocare. Ci sono soltanto Tigger e Eeyore adesso, e né Karen né Ivan sembrano intenzionati a fare la prima mossa.

Non riesco a trattenermi. Mi abbasso, mi concentro al massimo, e spingo i cani in direzioni diverse. Improvvisamente scattano in avanti e si mettono a correre in cerchio, con Ivan e Karen al centro dei due guinzagli. Vengono scagliati l’uno contro l’altra, e anche se all’inizio c’è un po’ d’imbarazzo, è quel tipo d’imbarazzo che finisce con sorrisi e risate. I cani stanno abbaiando come furie; i bambini accorrono per vedere cos’è successo. Ivan e Karen sono pigiati l’uno contro l’altro, cercando di disincagliarsi dai guinzagli.

Sto sorridendo anch’io. Non ho idea di come sia vedermi sorridere. Ma la sensazione c’è.

Certo, questa piccola scintilla che ho dato a Ivan e Karen potrebbe rimanere solo un momento. Eppure, mi sento bene mentre torno a casa. Aspetto che la signora Wylie (del 4A) entri, e mi affretto a entrare dietro di lei. Poi prendiamo l’ascensore insieme fino al quarto piano, e premo il pulsante per scendere al terzo. Quando esco dall’ascensore c’è una ragazza di fronte alla porta del 3B, con tre buste dell’IKEA. Mentre è lì che armeggia con la chiave dell’appartamento, tutte e tre cadono a terra.

Le passo davanti con circospezione e aspetto accanto alla mia porta: non posso tirar fuori la chiave di casa dal nascondiglio e aprire la porta finché lei è in corridoio. Rimango a guardarla mentre raccoglie un paio di reggilibri e alcune cornici da due soldi e li risistema in una busta. Sta maledicendo o se stessa o le buste: non capisco quale delle due. Sto pensando che Sukie Maxwell avrebbe odiato questi oggetti dell’IKEA nel suo appartamento perfetto, senza prestare molta attenzione, finché questa ragazza nuova non guarda in direzione dello spazio in cui mi trovo.

«Hai intenzione di rimanertene lì impalato?», chiede. «Ti diverti?».

Tutta l’elettricità nel mio corpo è improvvisamente all’erta, amplificata a un livello di

consapevolezza mai provato prima. Mi guardo alle spalle, per vedere se c’è qualcun altro.

Ma non c’è nessuno.

«Sì, proprio tu», dice la ragazza.

Non ci credo.

Mi vede.

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