mercoledì 14 dicembre 2016

14 Dicembre 2016.. quattordicesimo giorno di Avvento!



"Ciascuno dei miei amici arricchiva la mia vita in modo diverso. Juliet credeva che l'amore vincesse ogni cosa e che ognuno meritasse una vita da sogno. Fallon credeva che le scelte fossero frutto di una mente confusa perchè, se sapevi cosa volevi davvero, allora non c'era scelta. Jax era convinto che le opportunità non andassero mai sprecate e che più alto era il rischio, più grande era il premio. Invece Madoc era come me. Era quello che ascoltavo quando volevo sentire il mio parere espresso da una profonda voce maschile."

Tate e Jared.. sono il "per sempre" che ogni ragazza sogna. Sono la certezza che all'amore bisogna solo arrendersi. Non bastano i muri, le promesse, il provare a convincersi. Quando si ha bisogno di una persona come l'ossigeno per respirare, negare.. è agonia pura. Loro per me sono il "Valore assoluto" l'uno dell'altra. Il "Potremmo ritornare". Sono un grido di speranza. 

E ora voi direte... si Angela, abbiamo capito che per te loro oggi sono ogni canzone d'amore di Tiziano Ferro! Perdonatemi ma... avere il cd tra le mani.. mi ha ridotto il cuore in poltiglia ❤









Tate

Mi svegliai di soprassalto, mentre la fredda brezza estiva mi accarezzava il viso. La luce del primo mattino filtrava dalla portafinestra. Allungai le braccia sopra la testa, sentendo il telefono che vibrava sul comodino. Era quello il suono che mi aveva svegliato. Mi misi a sedere, pronta a controllare chi mi avesse cercato, ma mi fermai. Jared era seduto sulla poltrona vicino alla finestra. A quanto pareva, mi stava guardando dormire.
La sua sagoma riempiva la stanza, ergendosi come sempre sopra ogni cosa, e io non potei impedirmi di sentire un tuffo al cuore.
Sembrava diverso.
I suoi capelli erano pettinati con il gel e non avevano nulla dello stile militare che aveva adottato di recente. Indossava jeans e una felpa nera, dal momento che faceva freddo.
Un brivido di eccitazione mi percorse, e quasi sorrisi. Mi era mancato quel suo look pericoloso e minaccioso.
Se non fosse stato per le borse sotto gli occhi e per la massa muscolare che aveva messo su, il suo aspetto sarebbe stato identico a quello di tre anni prima, quando mi ero innamorata di lui.
Ma ultimamente ci parlavamo a stento, e non andavo a letto con lui da quando mio padre era tornato in città. Anche se avevo quasi ventun anni, papà non mi permetteva di far rimanere Jared a dormire, e negli ultimi tempi ero stata io a non voler stare da lui.
Dopo quanto avevo sentito per caso a casa di Jax, Jared ancora non me la raccontava giusta, ed ero spaventata.
Il mio telefono vibrò di nuovo, e lui mi fece un cenno con il mento, suggerendomi di guardare chi fosse.
Presi il telefono e vidi che Juliet mi aveva mandato una foto. Sorrisi alla vista del selfie di lei e Jax, felici, alle spalle una città frenetica.
“Siamo a Auckland, baby!”, recitava il messaggio.
Appoggiai di nuovo il telefono sul comodino e mi strofinai gli occhi assonnati. «Sono arrivati», dissi piano. «Sono in Nuova Zelanda».
Jared rimase immobile, sinistramente gelido, a osservarmi. Fu allora che notai il borsone nero sul pavimento.
Strinsi in pugno le lenzuola. «Dove stai andando?».
Esitò, abbassando gli occhi; le sue parole furono quasi un sussurro. «Me ne vado per un po’, Tate».
Il mio cuore continuò a battere, anche se avevo smesso di respirare.
«Alla scuola militare?», gli chiesi.
«No». Scosse il capo e appoggiò i gomiti sulle ginocchia. «Io...». Esitò di nuovo. «Tate, io ti amo...».
Feci un respiro profondo e scaraventai lontano le lenzuola, obbligando Pazzerello a saltar giù dal letto. «Jax aveva ragione», esalai, con un improvviso groppo alla gola.
«Jax ha sempre ragione», sospirò lui. «Se continuassi così», scosse il capo, «ti renderei infelice».
Mi voltai a guardarlo, mentre mi si affollavano nella testa un mucchio di domande. «Jared, se vuoi mollare la scuola militare, mollala», urlai. «Non mi importa. Puoi studiare quello che ti pare. Oppure smettere di studiare. Solo...».
«Non so cosa voglio!», sbottò lui, interrompendomi. «Questo è il problema, Tate. Ho bisogno di sapere che fare della mia vita».
«Lontano da me», conclusi.
Si alzò, passandosi le mani tra i capelli. «Non sei tu il problema, piccola. Sei l’unica certezza che ho». Il suo tono di voce era gentile, ma colmo di tristezza. «Solo che devo crescere, e qui non ci riesco».
«Qui dove?», chiesi. «A Chicago? A Shelburne Falls? O con me?».
Frustrato, si passò una mano sul volto, mentre guardava fuori dalla finestra. Non lo avevo mai sentito così distante. Nemmeno alle superiori, quando eravamo nemici giurati.
Non potevo perderlo. Chiusi gli occhi. Per favore.
«L’affitto dell’appartamento è stato pagato in anticipo per tutto l’anno scolastico, quindi non ti devi preoccupare di...».
«Un anno!», schizzai giù dal letto, fissandolo terrorizzata. «Un cazzo di anno! Mi stai prendendo in giro?»
«Non ci sto capendo più niente, okay?», gridò lui, offrendomi le mani. «Non sono a mio agio al college! Mi sento come se tu stessi andando a mille all’ora e io cercassi disperatamente di starti dietro!». Respirò affannosamente, e io scossi il capo, incredula.
E in questo modo avrebbe risolto il suo problema? Lasciandomi?
La sua voce tornò calma. «Tu sai cosa stai facendo e cosa vuoi, Tate, e io...». Irrigidì la mascella. «Io brancolo nel buio, cazzo. Non riesco a respirare».
Gli diedi le spalle. La tristezza mi assalì e le lacrime cominciarono a rigarmi le guance.
«Non riesci a respirare», dissi, circondandomi il petto con le braccia per combattere il dolore che provavo al cuore. Mi sentivo come se qualcuno me lo stesse stritolando in un pugno.
«Piccola». Mi fece voltare. «Ti amo. Ti amo così tanto, cazzo. Solo...». Deglutì. «Solo che ho bisogno di tempo. Di spazio, per capire chi sono e cosa voglio».
Lo fissai, covando un dolore insopportabile. «Allora, che succederà?», gli chiesi. «Che succederà quando troverai quello che stai cercando?»
«Ancora non lo so».
Annuii, sprezzante. «Lo so io. Non sei venuto qui per dirmi che tornerai. Che chiamerai e mi manderai qualche messaggio. Sei venuto qui per lasciarmi».
E mi ritrassi, dandogli di nuovo le spalle.
«Piccola, vieni qui». Fece per attirarmi a sé, ma mi scrollai di dosso le sue braccia con uno strattone.
«Oh, vattene e basta!», gridai. «Non fai altro che allontanare chi tiene a te. Sei patetico. Dovrei esserci abituata ormai», dissi con voce strozzata, trattenendo le lacrime.
Fece un passo verso di me. «Tate...».
«Vattene!», ruggii, andando alla porta e spalancandola. «La tua vista mi disgusta, Jared», ringhiai. «Vai via».
Scosse il capo. «No. Ho bisogno che tu capisca».
Sollevai il mento. «Tutto quello che c’è da capire è che hai bisogno di vivere una vita senza di me, perciò vai e fallo».
Jared cercò a fatica qualcosa da dire. «Non voglio questo. Non così». Mi accorsi che tratteneva a stento le lacrime. «Non voglio ferirti. Siediti e parliamone. Non posso lasciarti in questo modo», insisté.
Gli feci segno di no con la testa. «E io non ti permetto di restare». Parlai con voce ferma. «Hai bisogno di essere libero? Accomodati. Esci di qui».
Rimase in piedi, impalato. Sembrava stesse cercando qualcosa da dire o fare per confortarmi, ma invano.
Sarei potuta essere un’amica solidale, avrei potuto dimostrarmi più comprensiva e accomodante, mentre partiva per cercare se stesso, ma la nave con quel che restava della mia pazienza era salpata da un pezzo.
L’avevo aspettato. Più e più volte avevo atteso che lui si rendesse conto di aver raggiunto il limite mentre mi umiliava e mi torturava alle superiori. Mi struggevo per lui anche mentre mi abbandonava a me stessa. Lo amavo persino quando mi faceva scoppiare in lacrime.
Ed ero disgustata dal mio stesso atteggiamento.
Strinsi i denti. Jared mi appariva sfuocato. Mi sforzai di tenere il punto, implacabile. «Ora», ordinai.
Abbassò lo sguardo e incurvò le spalle: se ne stava lì, obbligato ad assumersi la responsabilità della sua scelta.
Infine raccolse il borsone. E uscì dalla porta.
Non mi mossi quando sentii la Boss mettersi in moto e sfrecciare giù per la strada; le mie orecchie cercarono disperatamente di cogliere fino all’ultimo il rumore di lui che mi lasciava.

«Non ho più intenzione di aspettarti», sussurrai.

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