lunedì 12 dicembre 2016

12 Dicembre 2016... dodicesimo giorno di Avvento!


Questa volta non voglio scrivere nulla sui personaggi.. solo perchè avrei tante cose da dire. Molte, le ho dette nella recensione. Voglio lasciarvi con una delle frasi del libo che ho amato di più. 



"Ho sempre pensato, immaginato possibilità, programmato occasioni, accumulato sogni. E nel frattempo non ho mai vissuto. E adesso che tutto cambia intorno a me, che si trasforma, non riesco a pensare più a nulla. E non m'importa più cosa sarà domani." 







Capitolo 1

Bianco, nero, me


«E dài, maledetti, entrate!».
Se esistessero i campionati di contorsionismo in jeans, non avrei rivali.
«Su… Ancora un pochino».
Sette e trenta, mezz’ora per fare tutto e questi dannati non vogliono saperne di chiudersi. Perché quando li compri sembrano sempre perfetti, li metti una volta in lavatrice e non basterebbe l’intera produzione di burro spalmabile della Georgia per farli salire?
«Muoviti, muoviti, MUO-VI-TI!».
Mi rotolo tra le lenzuola, cercando disperatamente di far riappacificare bottone e asola, ma non mi danno retta. Hanno deciso per una separazione consensuale con la zip in affido condiviso.
«Sam, sono quasi le otto», mi ricorda mia madre dalle scale.
«Sì… Ho fatto», le rispondo senza fiato, prima di concedermi un attimo di raccoglimento. «Ok, ragazza, sei riuscita a superare Marketing aziendale, non puoi arrenderti per un misero Denim a vita bassa».
«Sam, farai tardi!».
Come se l’avessi dimenticato.
«Sono praticamente pronta», mento a entrambe, pur sapendo che non potrò uscire dalla mia stanza fin quando non sarò riuscita a infilarli. Ho solo questi puliti, l’unica alternativa è la tuta, ma non credo che il mondo sia ancora pronto per una panoramica del mio girovita in verde mela.
«Andiamo. Non mollarmi proprio adesso. Che ti costa cedere un po’? Solo un pochino… Ah!». Urlo liberatorio. Non so come ci riesco, ma finalmente i jeans decidono di collaborare e non mi resta che trionfare per la disfatta del nemico.
Da non crederci, vero? Anche oggi riuscirò ad andare al lavoro. Basta solo trovare qualcosa di sufficientemente largo, scuro e non troppo sportivo da abbinare, il che per il mio armadio non è così difficile. È dall’adolescenza che accumulo nei cassetti roba esclusivamente nera, larga e non troppo sportiva. Il dramma della Terra di Mezzo. L’ho soprannominato così. Troppo magra per suscitare simpatia, ma sempre drammaticamente extrasize per… be’, per tutto il resto. E ti ritrovi senza volere nel Limbo, ponte di passaggio tra le accattivanti personalità di confine, ancora di salvezza per amici bidonati del sabato sera o zie con figli a carico in cerca di nuora e volantini pubblicitari sulle panciere contenitive. Già, perché non c’è pietà per la via di mezzo. Ci avete mai pensato? Se sei decisamente sovrappeso il motto della collettività è “credi in te stessa”. Perché tu vali, sei speciale e nella vita i valori sono altri. Ma se sei come me? Se sei semplicemente, ehm… morbida? Diciamo… diciamo molto burrosa? Insomma, se non sei una modella scheletrica con le ossa sporgenti? Finisci nel girone degli indecisi, quelli che non riescono a schierarsi. Conseguenze sentimentali? Catastrofiche. Perché nessuno ha più tempo per considerare ciò che è diverso. Non esistono sfumature di grigio, per quanto taluni sostengano di averne individuate almeno una cinquantina. O bianco o nero e se non ti adegui sei fuori.
È un problema di praticità, immagino. Si suddivide ogni cosa per origine, contenuto e destinazione d’uso, definendo pesi massimi e misure a cui dobbiamo obbligatoriamente corrispondere. Vite da banco frigo, emozioni in offerta limitata. Un po’ desolante, vero, ma risparmi tempo in fila alla cassa.
Opinioni in merito? Mmm… Staziono nel quieto vivere come filosofia di vita. E, giuro, sarei disposta a seguire qualsiasi indicazione alla lettera, ma ho il metabolismo anarchico, deciso a sfidare le imposizioni di una società corrotta dalle case di moda. E così eccomi, conscia di aver sbagliato epoca, rassegnata alle barrette dietetiche e gli sbalzi di una bilancia intrattabile e dispotica, mi trascino in maglioni di due taglie più larghe, sperando che un giorno o l’altro piova dall’alto un miracolo o, in alternativa, un modello di GQ bisognoso d’affetto.
«Uff…».
Sospiro.
Sospiro, mi guardo allo specchio e… e sospiro di nuovo.
No, così non va. Non ci siamo.
«Sorridi. Suvvia, sorridi Sam», provo a tirarmi su. «Mmm…». Oddio, questo era più un ghigno da B-movie, ma direi che per il momento possiamo accontentarci.

«Sam, vuoi darti una mossa?»

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